Enzo Bianchi

Enzo Bianchi

Da “Perché morale e teologia nascono in cucina” (2000)

 

[…] Se infatti mangiare significa conservare e incrementare la vita, allora il preparare da mangiare per un altro significa testimoniargli il nostro desiderio che egli viva e il condividere la mensa testimonia la volontà di unire la propria vita a quella del commensale. Sì, perché nella preparazione, nella condivisione e nell’assunzione del cibo si celebra il mistero della vita e chi ne è cosciente sa scorgere nel cibo approntato sulla tavola il risultato di un meraviglioso concorrere di fatti mirabili della natura, del lavoro e della custodia della terra da parte dell’uomo, il culmine di una serie di atti di amore compiuti da parte di chi il cibo lo ha cucinato e offerto come dono all’amico.

 

Far da mangiare per una persona amata, prepararle un pranzo, una cena è il modo più concreto e semplice per dirgli: “Ti amo, perciò voglio che tu viva e viva bene, nella gioia!”.

 

È un miope incapace di stupore chi nel cibo scorge oggi solo il frutto della tecnica che ha sostituito antichi attrezzi da lavoro o della scienza che ha inventato mutazioni genetiche: perché un alimento possa soddisfare la nostra fame bisogna infatti che da esso emergano – al di là di proteine, carboidrati e vitamine – l’intelligenza, la passione e il cuore dell’essere umano che trasfigura le creature in dono per il proprio simile.
Allora, nello stupore condiviso, scopriremo che l’appetito dell’uomo è infinito perché non appartiene al corpo ma all’anima.”

 

Testi completo: Perché morale e teologia nascono in cucina – Enzo Bianchi